Capitolo 5: “Viaggiare on the road cura la paura”

“Spiaggia Les Oceaniques: un dialogo tra luna e sole, dove io ero in mezzo. Mi sono ritrovata in questa danza di opposti, in questa cessione del turno, dove i grandi maestri si parlano come chi si parla da millenni, e i giovani allievi si contendono il posto per assistere al perpetuo scambio di ruoli tra luce ed ombra. Le onde si dimenano, scalpitano, invadono: quanto possono prendere, quanto vogliono dare? Sono come gli studenti desiderosi di apprendere, di esserci, di non perdere una parola.
Sola in quella spiaggia infinita mi sono sentita un’ospite di questo momento pubblico ma in qualche modo anche intimo, custode di connessioni nascoste, proprio come quelle in una classe di cuori vivi. Ho sentito di essere accolta come spettatrice, di essere vista. Volevo ricordare, volevo scattare una fotografia che rimanesse impressa, come quelle di una volta, stampate e infilate nell’apposita bustina dell’album. A volte mi sento incapace di farlo, forse perché so che quel momento è solo quello, è solo lì, è solo ora. È gia passato.
Ho avuto la sensazione di morire, di poter morire e poi risorgere, essere in pace, essere eterna come quella spiaggia. Questa vita ti toglie il bisogno di tutto perché ti riempie già di ciò di cui hai bisogno. Come sarebbe vivere così?”

Prendo subito carta e penna per descrivere quel momento così bello che avevo vissuto. Perché lo faccio? Perché sono piena di ispirazione, voglio scriverlo, voglio ricordarlo. Ecco, voglio ricordarlo, voglio stamparmelo bene nella mente. Perché chissà quando lo rivivrò, chissà quando rivedrò un posto così, chissà se riuscirò ad afferrarlo.
Mi ricordo un giorno in cui eravamo a contemplare un tramonto in Salento, io, Elisa e mia sorella. Mia sorella fissa l’orizzonte e poi chiude gli occhi. Elisa le chiede: “Che fai?”, e lei risponde: “Faccio una fotografia”.
Non voglio dire che questo sia sbagliato, anzi, è bellissimo soffermarsi, respirare quanto più possibile le sensazioni che ci fanno stare bene, i panorami che ci emozionano. Scattare una foto, scrivere un pensiero, a volte lo facciamo perché ci piace e ci riempie ancora di più. Ma credo che altre volte lo facciamo perché abbiamo paura. Paura di tornare alla solita vita di tutti i giorni, paura che quel momento si allontani così tanto da dimenticarlo, perché sotterrato dalle mille cose che verranno.

Ma come sarebbe se vivessimo una vita già piena di quei momenti, ogni “solito” giorno?

Sono certa che lo sia già, per tutti noi, ma non ce ne rendiamo conto, troppo impegnati a pensare che lo straordinario sia altrove. Possiamo trovare lo straordinario nell’ordinario? Forse c’è bisogno di un pochino di sforzo. C’è bisogno di cambiare atteggiamento, di vedere la routine come un’opportunità di creare il differente. Ogni giorno facciamo le stesse cose? Sarà più facile farne una diversa. Una speciale. Cosa accadrebbe se la pensassimo così? Ribaltiamo la routine, e torniamo a parlare di reazioni e prospettive.

Il viaggio on the road ci insegna che anche se guidiamo per sei ore al giorno la strada non sarà mai la stessa, che se guardi oltre il finestrino ci sarà sempre qualcosa di sorprendente. Il viaggio on the road rende straordinario anche ciò che nella vita quotidiana probabilmente giudichiamo come ordinario: un caffè, una doccia, un parcheggio. Certo, vivere tutto questo su un van o in una macchina molte volte vuol dire anche farlo di fronte a dei panorami stupendi, ma fidatevi che una volta tornati a casa, guarderete le cose in un altro modo.
Perché il viaggio on the road non è altro che un invito ad andare oltre la nostra comfort zone, un ritorno all’essenza, alla semplicità – dove ogni cosa riacquista il valore di esistere.

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