Oltre il Cammino: sguardi di vita

Marzo 2024: Cammino di Santiago.

Questo Cammino, si sa, non lascia scampo. Se si decide di intraprenderlo, non si torna più indietro. Mentre si cammina, ci si chiede il perchè si sia iniziato. Arrivati a Santiago, ci si chiede perchè si debba tornare alla vita “normale”. E soprattutto, come si fa.

Lo avranno detto in tanti, ma il Cammino di Santiago non è solo una mappa con un inizio e una fine. È intriso di qualcosa di spirituale, è un viaggio che si fa prima di tutto dentro di noi.
Credo che nessuno lo sappia nel momento in cui parte, ma che tutti – o quasi – dopo pochi giorni si rendano conto di stare attraversando un limbo della propria esistenza costellato di conchiglie. Attraversiamo un oceano, un micro-macro-cosmo di paesaggi diversi, stagioni diverse, cieli diversi. È come se entrassimo in un’area dell’universo sconosciuta, dove si cammina, si cammina e se ci si volta, non si saprà dire quanto si è camminato. Il passo diventa come un automatismo, e la mente va con lui, corre tra i ricordi, corre dal presente al passato al futuro, è incontrollabile.
Ma si capisce quasi subito che siamo noi a scegliere – con la volontà, la voglia, la curiosità, la testardaggine!, la fame! – di continuare a camminare. E allora la mente va in stasi, contempla, si lascia cullare. Segui le conchiglie e arriverai. Non contare, non controllare.
La mente è nel qui ed ora e non si sa più dove inizia e finisce il confine con il corpo. Siamo finalmente un tutt’uno con noi stessi, non siamo più disuniti, non siamo più spezzati e spezzettati da una fabbrica che ci vuole produttivi e consumatori in ogni nostro frammento.
Ma allora si può vivere anche così. Mi bastano due magliette, due pantaloni, qualche mutanda. Uno zaino sulle spalle? Posso andare via così, posso non essere trovato. Basta camminare e mi dissolverò, diventerò aria. E terra e fuoco e acqua.

Chissà quali altre folli domande si saranno posti tutti quelli che hanno intrapreso questa misteriosa avventura. Chissà quanti pensieri galleggiano ancora su quelle strade, pullolano invisibili sgomitando tra i kilometri. Rimangono energia, non ne conosciamo le parole, si mescolano le lingue tutte diverse e ne creano una nuova. Io l’ho sentita e l’ho sentita dagli occhi, e tutti occhi che avevano capito. Sto facendo qualcosa di grande. Sto attraversando me stesso, e ogni persona che incontro è uno specchio di me.

Ecco, in questi occhi c’è consapevolezza, c’è acerbità, c’è purezza, c’è saggezza, c’è gentilezza, rumore, silenzio, c’è sofferenza, c’è speranza, c’è determinazione, c’è voglia, c’è stima, reciprocità, tenerezza, fatica, spirito. Ma soprattutto, c’è un attimo. Quell’attimo in cui quella foto è stata scattata. In cui quegli occhi sono stati interrogati. C’è la risposta. C’è il dilemma. C’è l’universo. Ma quello che proprio non c’è, quello che proprio non vedo, è la resa. Vedo in ognuno di questi sguardi un ostinato attaccamento alla vita. Vivo perchè so che dopo la pioggia verrà il sole. Vivo perchè so che posso fermarmi, posso riposare, e poi ricominciare. Vivo perchè condivido. Vivo per questo scambio. Vivo, e ho tra le mani il più grande potere.
Vivo, posso.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto